Brexit, Vulcani ed altro: quando la logistica mette a rischio il nostro stile di vita … 5 mattina

(NOTA: per un corretto ascolto si consiglia di utilizzare Google Chrome)

Di cosa parliamo?

Di quanto poco sia resiliente la catena mondiale della logistica che pensiamo essere così sostenibile.

Ma prima di iniziare è necessaria una premessa per capire come sia iniziato tutto questo.

Negli anni ’60 del secolo scorso nacque la produzione just-in-time grazie alla Toyota che concepì una innovazione di processo nota come Toyota Production System.

La idea era di ridurre all’ osso le scorte al fine di ridurre sia i costi di immobilizzazione del capitale che quelli di stoccaggio.

Un problema, quello dello stoccaggio, particolarmente sentito in Giappone per la penuria di spazio fisico. Per avere una idea di questa penuria pensiamo che al fatto che ad inizio degli anni ’90 si stimava che in termini immobiliari il costo dei giardini imperiali a Tokyo equivalesse a quello della California.

Col tempo questo approccio fu reso sempre più attuabile grazie al supply chain management.

Ovvero alla integrazione della catena della logistica ed un grosso stimolo veniva e viene dal fatto che una della 8 economie reali del pianeta sia quella intra-company.

Ovvero il flusso di beni, (prodotti e servizi), tra i vari centri produttivi e di ricerca di una stessa azienda in giro per il mondo al fine di avere un bene finito.

E così accade, ad esempio, che le scarpe che indossiamo per il jogging abbiamo componenti prodotti in 4 o 5 stabilimenti in giro per il mondo che poi sono assemblati a loro volta in un altro stabilimento.

Il tutto, quindi, è nato ben prima dell’ online shopping anche se, ovviamente, poi questo business a sua volta ha impattato sulla logistica.

La Wordl Supply Chain è una delle due nervature di connessioni che collega il mondo e lo è unitamente ad Internet.

La World Supply Chain  unisce il mondo fisicamente in sinergia ed allo stesso modo con cui Internet lo unisce digitalmente.

E non dobbiamo meravigliarci dato che da decenne la nostra vita è un Dual di Quarto Livello in cui la nostra realtà quotidiana ha sia una componente digitale che una fisica in sinergia senza soluzione di continuità tra di loro. In merito a cosa sia un  Dual di Quarto Livello potete trovare una infografica clickando qui Le 4 tipologie di DUAL 

Infografica tratta da Geostrategia XXI, (Geo-politica + Geo-economia).

Dopo questa indispensabile parentesi introduttiva possiamo focalizzarci sul potenziale problema rappresentato dalla logistica.

Potenziale problema per il nostro stile di vita.

Tutti conosciamo i possibili rischi per il Regno Unito a causa della Brexit secondo un report confidenziale reso pubblico in questi giorni da un quotidiano Londinese.

Problemi collegati al blocco del flusso logistico dei beni.

Sicuramente Londra troverà una soluzione prima del marzo 2019 che, per inciso, potrebbe anche consistere in un altro referendum dove i Britannici vogliono restare nella UE come pure in uno che sancisca per Londra un doppio status giuridico.

Un doppio status giuridico che da un lato la vedrebbe come capitale del Regno Unito ed a capo del Commonwealth con la sterlina e fuori dalla UE.

E dall’ altro ed in parallelo come città stato nella UE e con l’ euro e questo status si limiterebbe ad alcune aree della città in piena quanto sinergica ed armonica convivenza con lo status di capitale.

Ma accadono anche altri eventi che stanno creando problemi alla logistica.

Ci ricordiamo alcuni anni or sono quando una eruzione vulcanica aveva impedito i voli in Europa per 6 giorni cancellandone 10.000 ?

Era il 10 Aprile 2010.

Al momento esistono almeno 130 vulcani in grado di generare delle eruzioni ancora maggiori.

Non parliamo poi di tifoni ed uragani e basta ricordare i problemi logistici mondiali dopo che l’ area portuale di New Orleans fu bloccata.

Siamo pronti?

In un mondo in cui da Mortara si raggiunge la Cina, ed ovviamente vale il contrario, in 14 giorni con dei treni merci o dove un qualsiasi prodotto comprato on-line ci arriva a casa in pochi giorni nessuno pensa ad un evento del genere.

Ovvero a come sia fragile in quanto non resiliente come dovrebbe la World Supply Chain.

Una catena logistica mondiale indubbiamente sostenibile dal punto di vista delle connessioni degli scambi ed in via crescente anche da quello ambientale ma molto fragile in quanto non altrettanto resiliente.

Iniziamo a farci delle domande.

In quanti impianti al mondo si producono i chip senza cui i nostri smartphone computer non funzionano?

In quanti impianti dei medicinali salva vita per chi, ad esempio, ha problemi di cuore, deve fare una dialisi , ha problemi respiratori, è alleregico od è diabetico?

In quante farm sono posizionati gli elementi fisici che rendono possibile la digitalità di Internet, ovvero i server chiave?

E via dicendo.

Ma dicendo cosa?

Dicendo quanto siamo fragili con questo modello economico.

Infatti ai rischi di interruzione naturale si aggiungono quelli geo-politici.

Ovvero quelli che sono i colli di bottiglia potenziali a causa delle tensioni politiche. Dallo Stretto d Malacca a quello di Ormuz passando da Suez e tanti altri.

E qui ringraziamo la US Navy dato che, unitamente a circa un migliaio di basi  Americane nel mondo con cui a vario titolo e per varie ragioni collaborano tutti dagli Iraniani agli Italiani, mantiene libere le rotte di navigazione.

Certamente lo fa per gli interessi di Washington dato che gli Usa non solo sono anche una talassocrazia ma anche il primo impero a-territoriale della storia.

Ma indubbiamente nel farlo tutela alla grandissima anche i nostri interessi e lo fa in un modo che Russia e Cina non potrebbero fare dato che le loro marine hanno un gap di decenni rispetto a quella Americana o Francese o Britannica quando si tratta del dominio del continente Oceano.

Ma torniamo a noi.

Abbiamo visto come le catastrofi naturali impattino sulla supply chain mondiali.

Poi ci sono quella derivanti da catastrofi in cui l’ uomo ha un peso fondamentale.

In merito ci ricordiamo tutti, solo per fare un paio di esempi, il disastro ambientale nel Golfo del Messico che creò problemi alla catena alimentare del pesce. E quello del reattore nucleare di Fukujima che per alcuni giorni bloccò il sistema produttivo Giapponese.

Ed infine, ma non meno importanti, ci sono quelli Geo-politici.

Tutto questo impatta sulla Geo-economia nella forma di una logistica mondiale molto meno resiliente di quanto non sia sostenibile.

Ed è bene a questo punto capirci sul senso della sostenibilità e delle resilienza.

Il concetto di sostenibilità è chiaro a tutti ma, purtroppo, lo è molto meno quello della resilienza.

Se la sostenibilità di dice se qualcosa sia o meno sostenibile rispetto ad un ecosistema, (ambientale e sociale), la resilienza ci spiega se questo qualcosa sia o meno in grado di resistere di fronte ad una crisi.

E se questo qualcosa dovesse collassare di fronte ad una crisi allora la sua sostenibilità serve a ben poco.

Pertanto è bene che iniziamo seriamente ad integrare la cultura della sostenibilità con quella della resilienza.

E torniamo alla fragilità.

Ricordo sempre il sorriso ironico se non le risate, più o meno sommesse, di scherno in Italia quando si parla di questo.

Sono classificate come cose alla James Bond o per un romanzetto di serie Z.

Poi accadono ed immancabilmente troppo Made in Italy si trova in brache di tela e la colpa è sempre di qualcuno ma mai nostra.

Quello di avere sempre pronto un alibi che dia la colpa ad altri o ad un complotto è, oramai, una costante del cosiddetto pensiero morbido che ha tradotto in cultura e culto la de-responsabilizzazione come filosofia di vita.

Peccato che, come ci ricorda sempre Noam Chomsky, la Komplottologia come pure il giocare a Komplottego siano solo il patetico alibi degli ignavi e degli incapaci.

Quindi?

E’ il momento di ripensare nuovamente al nostro modello economico.

Gli storici del futuro rileveranno che la conseguenza più duratura dell’ attentato terroristico alle Twin Towers a New York sarà stata Geo-economica e non Geo-politica.

Ovvero uno scossone esogeno che ha accelerato l’ utilizzo delle energie alternative e rinnovabili per essere meno dipendenti Geo-politicamente dai carburanti fossili situati in aree a rischio.

E questo ha rafforzato il pianeta in termini Geo-economici in quanto ha ridotto la sua dipendenza e vulnerabilità ai ricatti e contemporaneamente ha creato una più forte quanto benefica cultura del rispetto dell’ ecosistema ambiente.

Ora è il momento di pensare ad un qualcosa di simile anche per la World Supply Chain.

Ovvero a valutare il profitto con una altra variabile.

Nel pratico.

La variabile di valutazione attuale ci dice che se stocchiamo meno risparmiamo sia in termini di capitale non investito che di infrastrutture di stoccaggio.

Dobbiamo passare ad una variabile di valutazione che ci dice che se stocchiamo di più siamo più resilienti in termini di un minore inquinamento ambientale da trasporto come pure in quelli di un più lungo lasso di tempo operativo in caso di sospensione come pure di drastica riduzione nel flusso dei beni.

Siamo pronti ,ad esempio, d una esplosione vulcanica come quella del 2010 in Islanda unita ad un blocco di Suez dove una porta container da 60.000 tonnellate giace per giorni incendiata e sventrata di traverso a seguito di un attacco terroristico?

E via dicendo … ovviamente.

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