l’abito dell’abitare dato che si VESTONO i luoghi … 27 pomeriggio

(NOTA: per un corretto ascolto si consiglia di utilizzare Google Chrome)

Cosa trasforma lo spazio in luogo?

Le emozioni che ricaviamo dato che sono loro a fare la differenza. E sono le emozioni che poi ricordiamo e questo spiega perché si ricordano i luoghi e si dimenticano gli spazi.
Per noi parlare di luoghi significa parlare di design sia di interni,(gli arredi), che di esterni,(la forma delle nostre città).
Isaak Asimov diceva che il primo ambiente virtuale reso reale dall’ uomo furono gli aggregati abitativi.
Dalle grotte che venivano arredate con dipinti alle strade del ventunesimo sceolo è un lungo filo ininterrotto dove cultura e tecnologia si sono tenute per mano rafforzandosi reciprocamente.
Un esempio per tutti.

Per secoli abbiamo saputo edificare torri e monumenti di decine di metri ma tutte queste strutture di design urbano avevano un limite intrinseco.
Quale?

Il non essere fruibile comodamente per abitarci per il fatto che erano verticali. In poche parole erano troppi gli scalini da farsi. Un problema sentito se si pensa che già Archimede aveva pensato a dei prototipi ma fu solo nel 1857 che se ne ebbe uno per uso abitativo. Fu costruito a New York da Otis e da allora la strada fu tutta in salita. Cosi’ in salita che oggi possiamo pensare di costruire il grattacielo alto un miglio progettato da Frank Llyod Wright negli anni ’50 perché la Krupp ha la tecnologia per costruire ascensori in grado vi innalzarsi per chilometri.

Quindi questa innovazione tecnologica Tedesca del primo ventennio del ventunesimo secolo consente finalmente di realizzare un progetto sostenibile e resilente di un architetto Americano della metà del ventesimo secolo.

Le città non sono altro poi che il meta-ambiente che contemporaneamente si suddivide al suo interno e si collega col mondo.
Come meta-ambiente si suddivide in tanti ambienti sociali che sono i luoghi ed i quartieri in cui viviamo,lavoriamo,ci dilettiamo. Ed il tutto a sua volta si frammenta in micro-ambienti sia pubblici che privati ed a questo livello agisce il design di interni. Ovvero gli ambienti in cui viviamo siano essi pubblici,come ad esempio un luogo di culto od una palestra,che privati,ovvero le abitazioni.
Il tutto genera una piramide di luoghi che viviamo ed attraversiamo quotidianamente entrando ed uscendo da tante dimensioni private e pubbliche.
Luoghi appunto e non spazi e la ecologia di questi luoghi è il design.
Ma una città si è detto si caratterizza anche per il comunicare e questo avviene mediante due dorsali fisiche. La dorsale delle infrastrutture come i porti,gli aereoporti ,le autostrade e le ferrovie. E quella digitale dei collegamenti in rete.
E così accade che parte indispensabile dell’ ecologia urbana siano le reti DSL ma anche il considerare gli aereoporti sempre più come parte integrante della città.
Ed ancora il design di interni ed esterni rende il virtuale della nostra immaginazione di un territorio reale nella sua edificazione e vivibilità.
E quindi ci ritroviamo a vivere sia interior design che  urban design come un abito.
Un abito sostenibile e resilente. Ovvero sia in grado di superare di garantire un futuro in quanto sostenibile che di garantire la sopravvivenza da ogni calamità in quanto resilente.
Un abito dato che alla fine trasformiamo gli spazi in luoghi perchè li abitiamo.
Ovvero li indossiamo facendone componenti del nostro alfabeto sociale.
Un alfabeto sociale ben radicato nella nostra cultura fin dal presente dato che ogni componente di design è a sua volta cultura.
Ed è alta cultura. Fermiamoci un attimo a riflettere. Cosa vediamo in un museo?

Statue,quadri,accessori.

Ovvero?

Componenti di design che quando furono creati per un mercato erano il presente. Poi col tempo e con un pò di polvere in un museo od in una strada sono diventati oggetti di cultura secoli dopo. Ovvero nel nostro presente che poi non è altro che il loro futuro.
Pensiamo ai mobili in un antiquario od in un museo. Per noi sono cultura ma per chi li comprò nel suo tempo erano interior design.
Oppure ad una fontana del Rinascimento che oggi ammiriamo come testimonianza storico-culturale ma che dai committenti nel suo tempo fu pensata come oggetto simbolico di urban design.
E lo stesso accadrà ai nostri mobili piuttosto che agli edifici che costruiamo tra 50 anni.
Pensare al design come ad un abito ci consente di vivere la sensazione di indossare i luoghi che frequentiamo e quindi di avere una empatia emozionale più radicata.
Di ascoltare e comprendere le parole che questo abito ci comunica come simboli di un alfabeto sociale.
Un alfabeto sociale che ci racconta come vogliamo vivere un tempo ed un luogo.

I nostri tempi e luoghi.
Ed ancora questo ci riporta con forza alle sfumature che sono la sola sostanza che conti. Le sfumature che viviamo nel nostro locale come parte di un insieme globale.
Un Locglob , un locale che diviene globale dove la globalizzazione ha il volto umano in quanto non livellatrice di cultura ma veicolo che arricchisce di contenuti.
Ed allora il design è cultura, la nostra cultura dato che tutto è Locglob perchè tutto nasce localmente per poi diffondersi globalmente.
Ed il tutto si traduce nel vivere e non solo nell’ abitare abitare. Ovvero nel godere e non solo nel fruire di un luogo.


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