Milano OLTRE Milano

(NOTA: per un corretto ascolto si consiglia di utilizzare Google Chrome)

Le città sono importanti, anzi fondamentali da sempre.

La globalizzazione nacque circa 6000 anni fa quando le megalopoli Mesopotamiche costituirono un mondo collegato e correlato in cui Persone, idee, emozioni, prodotti e  denaro circolavano sinergicamente. Ed ovviamente il tutto circolava anche in collegamento col resto del mondo conosciuto dagli abitanti di quelle città.

Nell’ alto medioevo in Europa fu la rimessa in opera dei collegamenti stradali che ri-attivò la vita e fu incentrata intorno alle città. E non  fu un caso che, a partire dalle Fiandre intorno al dodicesimo secolo, con le fiere si attivò la fase moderna della globalizzazione.

Le Nazioni Unite nel cotesto del Millenium Project del 2008 hanno previsto che molto probabilmente intorno al 2030 avremo una assise parallela a quella delle nazioni che sarà dedicata alle città globali.

E conferma ne abbiamo in AppealPower che  analizza le 296 città leader che trovate clickando qui con il prestigio che gli deriva dall’ avere questi contributi editoriali da tutto il mondo.

Una delle principali banche d’ affari al mondo che è fiera che dalla sua fondazione nel 1796 abbia superato ben 40 crisi finanziarie a dimostrazione che quando si parla di finanza dobbiamo sempre ricordarci che la finanza è sia una delle 7 forme di economie reali come pure che le “cose e cosette” del mondo sono nate ben prima di Internet e dintorni.

Questa banca Londinese ricordandosi e ricordandoci che nel 2050 il 70 percento della popolazione mondiale vivrà nelle città cura una importante classifica delle città in base alla loro resilienza in termini di urban farming ed approccio ecologico.

Ecologia, uno dei 4 Ecosistemi Madre insieme allo Spirito, al Corpo ed alla Società.

E qui tornano alla mente le parole di Serge Latouche scritte nel 1989 in L’ occidentalisation du monde. Essai sur la signification, la portèe et les limites de l’uniformisation planetaire.

Latouche definiva le periferie come spazio spazzatura dove contavano solo il tempo di percorrenza per raggiungere i vari centri nevralgici della città ed il fatto di essere spazi dormitorio e non luoghi di aggregazione sociale.

Il solo limite di Latouche e degli intellettuali della Decrescita Felice è quello dello strabismo anti-capitalistico ed anti-modernista se fatto dall’ uomo bianco dato che volutamente si dimenticano che queste periferie esistono da sempre. Dai tempi delle megalopoli Mesopotamiche e sono esistite in ogni civiltà.

Come pure si dimenticano che ogni civiltà ha avuto la sua industrializzazione, ovvero il massimo utilizzo della tecnologia disponibile nel contesto di una dinamica di regole sociali per generare sviluppo.

Come pure la sua forma di capitalismo.

Per esempio dalle talassocrazie Mediterranee secoli prima di Cristo ai mercanti Arabi che introdussero il mercato degli schiavi in Africa a partire dalla loro colonia commerciale in Zanzibar. E quindi, per inciso, secoli prima che il primo Portoghese approdasse in Africa.

Pertanto, come dimostra la storia e come ben sa Latouche anche se puntualmente se lo dimentica, il capitalismo selvaggio, la industrializzazione come pure il colonialismo e l’ imperialismo non sono una esclusiva di quel sadico cattivone dell’ uomo bianco come ben sanno i popoli massacrati, ad esempio, dagli imperi Amerindi come quello Azteco, Africani come quello Zulu piuttosto che Khmer nel Sud Est Asia o dal primo imperialismo a matrice religiosa che fu quello Arabo Sunnita a partire dal settimo secolo dopo Jesus o dal primo dopo Mohamed a seconda di come si voglia contabilizzare il tempo.

Ma le analisi di Latouche hanno un profondo valore universale ed una devastante validità ed attualità che ci fanno riflettere su quale debba essere il vero senso di una città e quindi è sempre bene usarle al netto del voluto strabismo sopramenzionato.

Città quindi non un dormitorio in cui si produca con aree felici in centro per i VIP mentre ai VUP, ovvero le Very Un-important Person, il resto nelle periferie.

Ma intese bensì come un organismo sociale sostenibile e resiliente ed in questo la analisi di Latouche è calzante.

Magiche in questo anche le descrizioni di uno dei più grandi storici del ventesimo secolo, Fernand Braudel, che definiva il mondo come diviso in “economie culturali mondo” sovrapposte ed in comunicazione, globalizzate, da secoli.

E perno di questa comunicazione a volte pacifica ed a volte con la guerra ma sempre costante erano, e sono, le città.

E questa lunga premessa ci porta a Milano che per colpa di un bussolotto e per la mancanza di “quel pizzico” di diplomazia in più come Sistema Italia ha perso la opzione di essere la sede dell’ EMA.

Un vero peccato, per inciso, se si pensa al valore internazionale  riconosciuto alla industria farmaceutica Italiana e lasciamo sullo sfondo dato che questo ci dimostra che l’ impatto economico vada ben oltre il miliardo e  settecento milioni di euro che perde Milano.

Ed è appunto un peccato che sia poco citato anche l’ aspetto del mancato beneficio per l’ industria farmacologica nazionale come componente importante del Sistema Italia.

Ma Milano ha poi perso?

No, e per capirlo dobbiamo andare a Londra ed a Munchen ma anche a Copenhagen, Bratislava ed Amsterdam.

Milano non compare in quella che è da un decennio definita come la classifica di riferimento per identificare le 25 città al mondo più vivibili e vi compaiono da sempre Copenaghen ed Amsterdam.

Con città più vivibile si intende dove sia migliore la qualità di vita nel suo complesso e non dove sia migliore il divertimentificio piuttosto che l’ essere nel top per la innovazione tecnologica o per il design.

Quindi la integrazione cosmopolita, la qualità delle scuole dal nido all’ università, vita culturale, verde, i servizi ospedalieri accessibili a tutti piuttosto che le infrastrutture dei trasporti sono i parametri.

Parigi e Bratislava invece compaiono nella liste delle città che sono ben posizionate per divenire una delle top 25 ed in questa lista da 2 anni compare anche Roma che vede aumentare le proprie quotazioni confidando nel fatto che Lufthansa compri Alitalia trasformando gli aereoporti della capitale in hub internazionali.

Va da sè che molto di questo amore è dovuto alla mappa mentale di Roma creata da “Vacanze Romane” e dalle corse in strade  stranamente senza buche di James Bond ma questa è un’ altra storia e nulla si toglie al lavoro della attuale Giunta.

Un lavoro che  gli abitanti di Ostia che hanno votato hanno riconosciuto come valido ed in merito a quelli che non hanno votato la colpa non è certo della Sindaca Raggi se si sono astenuti.

Cosa cerchiamo di dire citando questa prestigiosissima lista di città che è universalmente ritenuta come quella certificatrice del soft power di un’ area urbana?

Ovvero della sua capacità di attrarre Persone, idee ed investimenti sostenibili e resilienti nel proprio contesto per contribuire a generare un locale che poi sappia divenire globale attuando un processo proattivo di tipo locglob.

Cerchiamo di dire che sebbene Milano non comparisse nei radar di queste liste che sono la Bibbia nel mondo della governance internazionale è arrivata a vincere due votazioni e poi a perdere allo spareggio per colpa di un bussolotto.

Ovvero in pratica che è arrivata dove i Guru della governance intesa come qualità di vita non l’ hanno mai considerata, ovvero ad essere al top.

E questo dovrebbe portare ad una seria analisi sulla Italia che può dire no a tante cose senza dover essere sovranisti od altro dato che non è del sovranesimo l’ esclusiva in merito alla determinazione di un Sistema Paese resiliente e sostenibile.

E come ci è arrivata? Per capirlo andiamo a Munchen, in Baviera, che Braudel ha definito come la città più a nord del Mediterraneo.

Un titolo che ora condivide con Milano e con Torino come abbiamo visto in altri articoli in questa sezione.

Munchen è da sempre fiera del suo essere Mediterraneo e non lo nasconde al punto che apertamente lo include come uno degli ingredienti che fanno si che la capitale della Baviera sia da sempre classificata tra la prima e la terza posizione come migliore qualità di vita urbana al mondo.

E cosa rende oggi Munchen la terza migliore città al mondo per la qualità di vita.

La capacità di attrarre gli opposti.

Il suo essere al contempo dinamica e rilassata mixando la “dolce vita” Italiana con la  “Effizienz” Teutonica

Ma anche il suo essere locglob sapendo essere al contempo cosmopolita e tradizionale.

Come pure cultural ed ecologica garantendo mens sana in corpore sano.

Logicamente Milano non ha  18 università e ci sognano che da qualsiasi punto della città la sua viabilità consenta di uscirne in 30 minuti al massimo. Come pure non ha  150 ospedali e cliniche nel raggio di 40 chilometri dal suo centro a cui accedere col welfare pubblico.

E questo solo per citare alcuni dei parametri di sostenibilità e di resilienza.

Ma indubbiamente Milano è la sola area metropolitana Italiana che ha dimostrato di sapere coniugare gli opposti della efficienza lavorativa con quelli della efficacia della qualità di vita.

E per questo anche se ha perso per l’ EMA ha in realtà vinto.

Vinto in quanto ha dimostrato la valenza del soft power Italia e vinto in quanto ha  definito un modello per il paese.

Ed in fin dei conti allora non c’è da sorprendersi se Milano sia  entrata in finale anche come città creativa Unesco.