(1/3) Meta-analisi Food Oggi: Jet-food, un precotto che costa 15.000 euro a porzione

(NOTA: per un corretto ascolto si consiglia di utilizzare Google Chrome)

 

Siamo abituati al food come  slow, fast ma anche finger e street ed il tutto rigorosamente salutare, sostenibile e resilente.

Ma ci dimentichiamo che siamo anche fruitori di jet food e lo siamo da più di un secolo. Ovvero da quando col Junker F13  si iniziarono i voli di linea civile.

In buona sostanza il jet food è il food che mangiamo da un secolo dentro un tubo in lega che vola e che chiamiamo aereo.

Questo tipo di food ci dice molte cose  relativamente sia al fatto che mangiare non sia solo ingerire vitamine e proteine ma  prima ed innanzitutto un fatto culturale.

Ma anche su come il food sia un indicatore di come nel quotidiano cambi la nostra percezione della società.

Nel quotidiano e quindi non solo giorno dopo giorno ma anche nel locale del nostro mondo.

Perchè è importante il jet food?

Perchè appartiene a quel mondo del jet set che da sempre ha anticipato tante volte i trend comportamentali dal fashion al design.

Ma prima di parlare di jet food è fondamentale fare una premessa chiave.

Questo food viene goduto in un contesto artificiale come la cabina di un aereo dove a causa della pressurizzazione dopo circa una oretta le nostre papille degustative perdono la loro capacità di discernere i sapori.

E questo avviene sia che si sia seduti in classe economica che coricati in un letto in uno dei micro appartamenti che si trovano nelle first class degli Aerbus 380 o dei Boeing Dreamliner.

Pertanto la maestria culinaria dietro il jet food deve inesorabilmente scontrarsi contro questa realtà immodificabile.

Il secondo elemento è che il jet food è la vittoria della logistica nella forma del catering.

Tutto quello che mangiamo è precotto che viene poi completato nella cucina a bordo.

Sia che si mangi il panino in classe economica che un filetto al pepe verde in prima classe dopo aver pagato 14000 euro per il biglietto per un viaggio da New York a Beijing.

Partendo da queste premesse vediamo come sono state vinte queste sfide con una breve carrellata nella storia dato che,alla fine, nulla di nuovo esiste sotto il sole.

I primi viaggi intercontinentali erano fatti con gli idrovolanti. Si pensi alla Imperial Aerlines la prima compagnia internazionale. Si partiva dal Regno Unito e due settimane dopo si era in Cina. A bordo si avevano micro appartamenti come pure spazi in comune dove si sentiva della musica o si vedeva proiettato un film. Le soste consentivano poi ai viaggiatori di dormire in hotel di lusso da cui ci si riforniva per il food per la tappa successiva.

Da allora  è solo una evoluzione ed oggi abbiamo i micro appartamenti nella prima classe degli Aerbus 380 e dei Boeing Dreamliner come pure centinaia di posti da classe economica sugli stessi aerei.

Il tutto ci ha  culturalmente abituati a due dimensioni.

La prima è che il precotto non sia più il taboo che ci fa pensare alle mense.

La realtà è che in business classe come pure in prima classe mangiamo una cucina a 5 stelle. E quando pensiamo ad una cucina a 5 stelle siamo abituati a pensare solo ad un ristorante con annessa cucina dove dei chef con talento cucinano e dove il piatto ci viene servito immediatamente.

Su un aereo invece paghiamo 14000 euro di biglietto per mangiare del food a 5 stelle che in origine è un precotto la cui cottura si completa con un micro-onde.

Ma non solo questo. Il menù jet food delle compagnie aeree è anche e fondamentalmente un menù culturale.

Anzi meglio, un menù trans-culturale.

Il food è cultura prima ancora che  assimilazione di proteine, vitamine e grassi.

Cultura che esprime valori simbolici, un alfabeto sociale, nella forma di cibo. Ovvero di cosa vogliamo e non volgiamo mangiare.

Ed ovviamente a questo si aggiunge anche la dimensione salutistica.

Ovvero cosa possiamo o non possiamo mangiare a causa di patologie o perchè in un particolare momento come una gravidanza o post operatorio.

Il jet food eè anche la risposta a questo creando il primo menù internazionale trans-culturale decenni prima della cucina internazionale  dei grandi chef o di quella fast food.

Un menù che è trans-culturale nel senso che in grado di soddisfare le esigenze culturali alimentari di tutti. Da chi mangia solo vegetariano a che non mangia o beve certi alimenti o certe bevande.

A questo punto che lezioni traiamo per l’ industria alimentare Italiana nel contesto più ampio della Italianità?

La prima lezione è che se si mangia pagando 14000 euro un filetto al pepe verde precotto allora questo tipo di prodotti può essere venduto dovunque a patto di inserirlo nella giusta narrativa, nell’ idoneo storytelling.

Ed in questo caso la narrativa che legittima questo è la location della business class.

Quindi? Con una bella location anche un precotto può essere venduto con un prezzo medio.

La conferma ci viene da ristoranti che offrono esplicitamente questo tipo di prodotto a Parigi, New York, Londra, Sydney.

La seconda lezione  non meno importante è che una cucina trans-culturale non deve esprimere un food con lo stesso sapore intermedio,(ovvero nè troppo salato e nè troppo insipido),così troppo di casa in giro per il mondo.

Anzi ed al contrario può rispettare il locale delle tradizioni offrendo prodotti con la loro personalità,ovvero gusto, locale.

In un mondo dove  la Italianità è una dimensione culturale che va ben oltre il Made in Italy queste lezioni sono importanti per ampliare il mercato delle eccellenza culinarie Italiane.

 

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