Fashion:(almeno) 800 brand in guerra di mercato tra di loro

(NOTA: per un corretto ascolto si consiglia di utilizzare Google Chrome)

Il fashion era boring  solo un anno fa e quest’ anno invece sembra che sia power.

Power dressing come dicono i Guru.

Un’ apoteosi di power dressing che vede i creatori di trend in

Abbe Sofie Madsen
Alexander McQueen
Alpinestars
Belenciaga
Bjorn Borg
Cèline
Givenchy
Gucci
Louis Vuitton
Versace

Una piccola pattuglia di “avanguardia” se si pensa che le top brand sono circa 800 e solo per inciso ci teniamo affermare che sono tantine.

Un universo di almeno 800 brand affermate si contendono il nostro vestirci,ovvero una delle componenti del nostro alfabeto sociale , è un universo destinato al ripetersi se non copiarsi.

E’ inconscio ma  il fashion e’ CULTURA  oltrechè Lifestyle e come tale è una sorta di alfabeto sociale,(come il design ed il food ed ogni altra forma di cultura), con cui comunichiamo.

Vestendo qualcosa, indossando un abito di X piuttosto che di Y  scegliamo di ABITARE i nostri spazi sociali pubblici e privati riconoscendoci e cercando di farci riconoscere, (e quindi di potere appartenere),  ad un gruppo socio-culturale piuttosto che ad un altro.

Ne parleremo meglio negli articoli dedicati alla dimensione Culturale del Fashion.

Ora torniamo ai trend

Deborah Needkleman, forse la più sofisticata Guru del fashion, provoca come solo lei sa fare stuzzicando il nostro intelletto prima ancora che la nostra voglia di LifeStyle dicendoci che quest’ anno il fashion ricorda un pò anche che il  punto chiave sembra che dopo il “boring”,(la noia),degli ultimi anni dove nessuno voleva rischiare perchè doveva fare cassa ,(e perdere una collezione voleva dire  “perdere la testa”), sembrerebbe che si sia tornati ad osare un pelino di più.

Ad essere un attimino più creativi ed anti-conformisti anche se  non è facile dato che si vede di tutto e si è visto di tutto.

E quindi un caleidoscopio dove si può essere cyberpunk ma anche hiptser andintellectual.

Ed ovviamente molto altro ancora e con le relative sfumature dato che oltre alle 800 brand istituzionali della moda ne abbiamo almeno un altro migliaio alla ricerca di divenire istituzionali e quindi vendere anno dopo anno e non scomparire come meteore.

Nulla di strano dato che siamo in un mondo con 296 città leader e siamo qui a cogliere le pulsazioni di questo mondo.

Prosumerzen,la piattaforma internet innovativa a livello mondiale che sovvenziona questo web culturale si è  ritrovata ad analizzare circa 12000 foto di prodotti fashion da scegliersi per definire un lifestyle in cui il lusso sia ETICO e SOSTENIBILE.

Dagli abiti ad accessori ed alla fine ci troviamo concordi con Needleman nel senso che  abbiamo un abbozzo di tripudio alla diversità che ricorda un pochino la “differenziazione” come la intendeva l’ antropologo Claude Lvy-Strauss.

Power dressing…ok ma che significa?

Essere “provocativi” ?

Si,forse..anche…qui,(intendendo con “qui” una delle 296 città leader),forse  ma là  ,(intendendo con “là” un’ altra di queste città),un pò meno o forse per nulla.

Quindi?

Tutto ritorna, ed è una fortuna che ritorni, a cosa? A noi, ovvero a come vogliamo caratterizzarci.

A che ABITO PER ABITARE la nostra vita  vogliamo indossare quando ci vestiamo.

Bene,si. Ed in questo la nostra piccola sfida quotidiana alla noia  che ci circonda. E questo ci ricorda un elemento chiave.

Ci vestiamo per  il “power” che abbiamo o per quello che  vogliamo gli altri pensino noi si abbia?

La seconda il più delle volte. E tutto relativizza,anzi neutralizza il senso di definizioni come mascolino o femminile. Stop è meglio fermarci un attimo per fare mente locale in merito a cosa parliamo.

In che contesto si idossa l’ alfabeto sociale del power dressing?

Il power dressing è l’ abito per abitare il cosiddetto mondo  “9-to-5″ !!

Ovvero gli orari lavorativi ed è una definizione che fa il suo tempo dato che con tutto l’ hardware che ci portiamo addosso e che ci collega quotidianamente col mondo altro che  come giornata di lavoro inizia alle 9 e finisce alle 1700.

Ma prendiamo “9-to-5”  come una definizione valida anche per il mondo  quotidiano della nostra login-life.

Un po’ di “storia” non guasta mai ed apriamo una breve parentesi per capire da dove arriva questa definizione ed il power dressing.

Tutto inizia con lei Katharine Hepbburn. Non con Colazione da Tiffany dove primeggiava la “robe noir”di Coco Chanel. Tutto inizia con Sabrina. ‘ idea di una suite da indossare negli uffici di New York e che potesse incarnare una donna di potere, in carriera.

Ad onore dle vero la trsitezza in questo era, ed in parte è come vedremo, nel fatto che si dovesse “scimiottare” il collega maschio. E quindi un  tripudio di vestire maschile reso al femminile. Antisegnano dell’ unisex indubbiamente. Erano gli anni ’50.

E si deve attendere fino agli anni ’90 quando la curatrice di “Women at Work” sul Chicago Tribune , Carol Kleiman, ebbe l’ idea che le donne potessero vestirsi anche casual come  il venerdi’ pomeriggio.

 

Seguire e mai anticipare ma il punto chiave è che siamo in un mondo sempre più BI-sexual dove  sia il concetto di uni-sex che la visione della donna di Michel Houllebecq in “Sottomissione” hanno ben poco senso.

Houllebecq con fin troppa,quanto voluta,approssimazione scriveva che le donne occidentali durante il giorno si vestono nella maniera più sexy possibile alla luce di un compromesso socialmente accettabile,(ancora l’ alfabeto sociale), tra l’ essere sexy  e quello che il loro corpo consente senza  trascendere nel ridicolo  dato il loro effettivo status sociale. E poi la sera si ritrovano “disfatte” in tuta da ginnastica  di fronte a mariti e compagni. Le donne mussulmane invece durante il giorno sono nascoste da  abiti lunghi per poi la sera sfoggiare un tripudio atletico di lingerie erotica.

Una idiozia immane, no? Eh,si

Il mondo dell’ essere gnocca,insomma.

E’ un peccato che chi scrive idiozie macho-razzistoidi del genere  sia considerato un intellettuale ma non è questa la sede per parlarne dato che questa idiozia fallocentrica non è roba intellettuale.

Fortunatamente e ben prima della ultime sfilate in giro per il mondo la realtà è andata ben oltre questa visione  fallocentrica di Houellebecq rispecchiando,appunto,una realtà molto più complessa e reale come ha  identificato una icona del fashion system come il calendario Pirelli nel 2016.

Ovvero?

Una realtà fatta di essere umani e non di statuine a tacco 16 e muscoli abbronzati.

In un mondo con più di 12.000 alternative da almeno 800 brand percepite come equivalenti la sola via al fashion è quella di un lusso sostenibile  in quanto la nostra scelta lo rende resilente.

Ovvero ora più che mai siamo i protagonisti in quanto abbiamo quello che siamo e non viceversa.