STORIE ITALIANE: Italianità vissuta e RACCONTATA da altri (4/5)

(NOTA: per un corretto ascolto si consiglia di utilizzare Google Chrome)

Tra ieri ed oggi abbiamo pensato di commentare le elezioni con 4 storie italiane.

La prima sulla assurda arroganza della deriva minoritaria.

La seconda parla di Cuneo che ha visto nascere la prima applicazione mediatica dei social network.

La terza ha analizzato le ragioni del terrorismo psicologico creato da media e politici Italiani alla base degli eventi in Piazza San Carlo.

Ed oggi vediamo come il concetto di Italianità non sia più esclusivo del Made in Italy ma anche del Made di altre nazioni.

Secondo il prestigioso dizionario della Treccani con Italianità si intende ciò che si considera propriamente Italiano.

In Locglob andiamo molto oltre ed  iniziamo oggi una serie di riflessioni sul senso della Italianità intesa come una dimensione entrata nell’ inconscio collettivo mondiale e quindi ben oltre ed altro rispetto al “semplice” Made in Italy.

Un oltre ed altro che si sintetizza col fatto il fashion sia un asse portante del Soft Power Italia.

Ovvero ed in due parole: Brand Italia.

Ma sono “due parole”, come vedremo,troppo fuorvianti nel loro essere sintetiche dato che la Italianità è ben oltre ed altro rispetto al puro e semplice Made in Italy.

Per il Sole 24 Ore,che non ha più parlato di Italianità dal 2012,sono tre gli elementi chiave che  possono sintetizzare e caratterizzare il tutto­:

Essere Sensoriali, ovvero arte, cultura, cibo, moda, automobili
Essere Emotivi, ovvero  vacanze, bel tempo, buon cibo, bellezza, amicizie
Essere Razionali, ovvero linguaggio e storia.

Accade così che in questo modo nel 2012 Il Sole 24 Ore riprendeva una definizione di Guerini del 2002 incorporandone tutti i limiti e la non attualità già allora rispetto alla capacità di rappresentare una nazione in modo competitivo.

Purtroppo su questo argomento vi è molto poco in giro ed indubbiamente già nel 2005 si davano degli input che,purtroppo,non sono stati percepiti come  avrebbero dovuto.

Input  derivati da quanto una meta-guru come Steele del Fashion Institute of Technology di New York  che aveva disseminato,(inascoltata), nel contesto di una  analisi del CNR puntualizzando che l’ approccio de Il Sole 24 Ore non fosse in grado di cogliere la valenza di concetti cardine come Soft e Smart Power parlando di elementi “sensoriali,emotivi,razionali” che  fanno pensare alla Italia dipinta nel 1828 da Oberbeck nel quadro “Italia e Germania“.

Una Italia bucolica a cospetto della Germania industriale. Indubbiamente entrambe industriose ma una Italia agricola al cospetto di una Germania industriale e mercantile.

Uno stereotipo stantio quanto inefficace nel rappresentare la realtà al pari di quello che ci parla del tedesco metodico e dell’ italiano fantasioso. Banalità che non servono nulla anche se sono stereotipi tristemente troppo radicati nell’ inconscio collettivo dei mercati.

Ancora una volta è triste vedere come da almeno 12 anni il mondo sia conscio del fatto che l’ Italianità sia ben oltre  ed altro  rispetto al Made in Italy e lo sia ben più di quanto lo siamo noi Italiani.

Per introdurci a questo  ripensiamo ad una qualcosa apparso nel 2015 sul numero uno di una rivista Honkonghese,Le Pan.

Le Pan ,una rivista che da Hong Kong parla dell’ art of fine wine living e che è importante sia per un dato quantitativo che qualitativo.

Chiunque operi sul mercato del vino di lusso sa benissimo che il prezzo viene fatto in tre luoghi al mondo: dai mercanti di vino di New York,Londra ed Hong Kong. E questo è il dato quantitativo.

Quello qualitativo è che Le Pan è la prima rivista di questo tipo pensata e prodotta in Asia,ad Hong Kong. Una rivista mensile in grado di rivaleggiare con Wine Spectator.

Parlando di art of wine living è ovvio che si parli di  uno stile di vita in cui il vino si una componente e pertanto non ci stupiamo nè di vedere articoli su altre componenti come il fashion come pure di trovarvi della pubblicità in merito.

Due inserzioni,tra le varie presenti, relative a brand del fashion colpiscono su tutte: Shanghai Tang  e JustCavalli

JustCavalli è Made in Italy ma guardando la caratterizzazione di Brand della collezione Spring-Summer 2015 vediamo come sia in realtà forte una narrativa che parla della California e del relativo modo di vivere.

Ma  pensare che sia questo il messaggio,(ovvero the Californian way of life), sarebbe peccare di superficialità e perderci in una analisi superata come quella de Il Sole 24 0re.

Se invece usiamo i parametri di lettura del 2005 del report del CNR in realtà si comprende che quello che ha  creato Cavalli non sia altro che una meta-narrativa in cui l’ Italianità ha contaminato “l’ esser California” per aderire a quella immagine vincente di Italianità oltre ed altro rispetto al Made in Italy che si deve incarnare per potere vendere nei marcati mondiali.

Ovvero in una frase:per essere in grado di farsi percepire come Italianità nel solo contesto che conti,ovvero quello dell’ immaginario collettivo mondiale dei consumatori.

E la conferma si ha guardando Shangai Tang che è una top fashion brand così Shangainesiana  nel suo incarnare a sua volta la Italianità come deve essere percepita per essere vendibile.

Ed il punto chiave è appunto il suo essere Shangainesiana e quindi non copiare il Made in Italy ma generare incarnazione della Italianità nella narrativa di un produttore Cinese.  Narrativa o storytelling che poi viene capita, creduta e recepita nei mercati mondiali. E questo andando oltre il Made in Italy.

Per comprendere questo percorso iniziato almeno nel 1984 con la famosa serie televisiva Miami Vice dobbiamo riflettere sulla narrativa percepita.

Ovvero   il fatto in termini di stile percepito non era che i protagonisti della serie indossassero e guidassero Made in Italy quanto piuttosto che localizzassero questa Italianità con la movida di Miami Beach.

Ovvero loro,indossando e guidando Italiano, dicevano al mondo come vivere l’ Italianità partendo dal locale di Miami Beach innestando un storytelling ovvero una narrativa locglob.

Un altor esempio ci viene da Wine Spectator,la “Bibbia” dei vini. La rivista Americana nel 2013 intitolava un editoriale parlando di Italian ingredients nelle mani di grandi cuochi Americani. Ovvero il Made in Italy relegato a semplice  al ruolo di semplice ingredient che diviene,quindi,gourmet solo grazie alla narrativa di Italianità globale in-personificata da alcuni grandi cuochi Americani e non per il fatto di essere Italiano.

E dovrebbe far pensare che i format sui cuochi non siano nati nè in Italia od in Francia ma negli USA.

Ma,a pensarci bene, non dobbiamo stupircene poi tanto se pensiamo che il “Km Zero” sia stato inventato da McDonald France negli anni ’90 del ventesimo secolo e che le catene di franchising di due eccellenze Italiane come il caffè e la pizza siano nate negli USA.

E non solo se pensiamo al fatto che non si sia riusciti a far nascere la narrativa dell’ Autorute 66 del Mediterraneo che si tova in Italia,ovvero l’ Autostrada del Sole.

A conferma di questo andiamo ancora più indietro nel tempo.

Ci ricordiamo tutti di uno spettacolare Sean Connery in Goldfinger e correva l’ anno 1964.

Come dimenticarci una foto iconica in cui era appoggiato ad una Aston Martin DB5 indossando un impeccabile completo in fresco lana grigio.

Una immagine così indiscutibilmente british da farci dimenticare che l’abito era Made in Italy. Era un Brioni ,anzi è un Brioni dato che  James Bond veste rigorosamente solo Brioni.

Al pari di John Kennedy o dell’ Imperatore del Giappone solo per fare due esempi.

Ed allora cosa vogliamo dire?

Che in questo caso James Bond andò oltre il suo essere Britannicità  grazie ad una sartoria Italiana di eccezione.

Ovvero la Britishness fu  altro rispetto al Regno Unito in quanto espressa da un Made in Italy che era anche così oltre  un essere  “Britannico” da ispirarsene per ridefinirlo,

Come fecero per anche   James “Sonny” Crockett e Ricardo “Rico” Tubbs,ovvero i personaggi di Miami Vice.

Guardare le foto di Bond e di Crocket e Tubbs sono la migliore conferma dato che,almeno in questo caso, è vero che una foto vale più di mille parole.

E se negli anni sessanta del ventesimo secolo capitò al Made in Britain grazie alla creatività Italiana in questo quarto del ventunesimo capita al Made in Italy grazie ad altri.

Come prima,ad esempio, abbiamo visto con una top brand che definisce la Italianità da Shanghai.

A partire appunto dal fashion come vedremo in altri articoli del nostro viaggio.

Altri che nel locale dei loro territori stanno diffondendo nel mondo una visione di Italianità che diviene globale con sfumature sempre meno Italiane nel contesto di un processo locblog che da locale porta al globale in maniera resilente e sostenibile.

Per sintetizzare quanto detto in questo articolo e porre le basi per le informazioni contenute nei prossimi facciamo mente locale sul viaggio che il Presidente Francese Hollande ha fatto in Vietnam nel mese di agosto del 2016.

Un viaggio anche di diplomazia commerciale nel senso che serviva a promuovere il Made in France e che ha generato contratti per centinaia di milioni di euro.

Il Presidente Hollande durante un discorso ufficiale ha detto che la Francesità non significa una appartenenza,(ovvero essere cittadini Francesi),ma una idea,(ovvero riconoscersi in una filosofia di vita).

Ovvero la Francesità può anche essere benissimo incarnata da un qualcosa non prodotto in Francia.

A patto che questo qualcosa con la caratteristica della sua sfumatura e personalizzazione locale amplifichi la idea di Francesità.

Quindi Hollande ha esplicitamento detto che anche un Made in Vietnam di qualità puo’ essere Francesità.

Come, appunto,può essere Italianità.

Nota Editoriale

LocGlob analizza ogni giorno più di 12000 fonti tutti partisan selezionate da un infoaggregatore unico al mondo, Inputrends,che ne monitora 80000.

Abbiamo pensato ad un approccio nuovo sulla scena informativa mondiale offrendo ogni giorno un approfondimento con una analisi che pubblichiamo nel corso della giornata in 2 o 3 episodi.

Ogni giorno iniziamo alle 12.e 15 per poi pubblicare il secondo episodio alle 17 e 15 se se ve ne fosse un terzo alle 20 e 30.

Questo perchè siamo consci che il vero potere non risieda nella informazione ma nella comprensione delle cose.