Arabia Saudita a rischio di frantumazione

(NOTA: per un corretto ascolto si consiglia di utilizzare Google Chrome)

La attuale dinastia Saudita è al potere dal 1932 e lo è grazie alle suddivisioni territoriali successive alla  fine dell’ Impero Ottomano dopo la  prima guerra mondiale.

Nel contesto regionale la attuale dinastia ha assunto un ruolo importante nella penisola Arabica find dal diciottesimo secolo con un matrimonio che li unì con gli al-Wahhab che avevano fondato il movimento Wahhabita ma solo dopo la fine degli Ottomani ebbe un suo regno.

In questo modo dal 1932 la dinastia dominante degli al-Saud detiene il potere economico-militare ed il ramo alleato per vie matrimoniali  al-Wahhab conferisce la legittimità politica del Wahabbismo.

Ora stiamo vivendo il terzo trapasso generazionale ed i punti di forza sono più fragili.

E’ più fragile la dimensione economica dove  gli idrocarburi bastano sempre meno a comprare il consenso sociale e ad offrire lavoro ai Sauditi e dove ci vorranno anni prima che la diversificazione economica abbia successo. Semmai lo avrà.

Un esempio per capirci. Sebbene vi sia un alto tasso di disoccupazione allo stesso tempo si ha una presenza elevata di Asiatici come taxisti dato che un Saudita ritiene disdicente questo lavoro. I Sauditi sono troppo abituati bene da una struttura clientelare che gli garantisce uno stipendio con un posto di lavoro ma non un lavoro nello statale.

Il governo è il maggior datore di lavoro con circa i due terzi della forza lavoro assunta e questo ci descrive il problema in termini di consenso sociale. Quanto sia fragile al calare delle risorse per finanziare questo stato di cosa con un trend demografico che prevede il raddoppio degli under 25 da qui al 2030

Allo stesso tempo anche il pilastro religioso è meno solido. Vuoi perchè movimenti come Al Qaida od ISIS hanno mostrato delle alternative e vuoi per i crescente impegno politico della numerosa minoranza Sciita abitante in aree ricche di petrolio.

Le previsioni economiche per il 2017 parlano di un misero  o.4 percento di crescita con cui pagare tutto questo oltre che il contenimento Iraniano e la guerra in Yemen.

Il conflitto in Yemen merita che si apra una parentesi descrittiva per comprenderne appieno il senso.

Nel 2015 i Sauditi intervengono direttamente nel paese per combattere gli sciiti della etnia Houthi aiutati da Teheran.

Inizia così la operazione Decisive Storm in cui alcuni hanno visto un embrione di una alleanza militare Sunnita in uno scenario bellico.

Il dato saliente è che  con questo intervento per la prima volta i Sauditi abbandonarono la loro prassi di far combattere degli alleati pagati ed intervennero direttamente.

Le dimensioni strategiche erano quelle di mantenere sicuri i confini al sud del paese in regioni a presenza Sciita come pure di garantire che il porto di Aden in Yemen restasse aperto.

Ed appunto il problema è che gli Houti negli ultimi 6 mesi hanno operato sia attacchi missilistici che di terra nelle provincie Saudite di Asir, Najran e Jizan ed a questo si è aggiunto un ritorno di Al Qaida in Yemen rispetto ai livelli di presenza precedenti.

Se i Sauditi vincono in Yemen ottengono due risultati geopolitici dal valore immenso.

Il primo è quello di poter dimostrare di essere i leader di una alleanza militare Sunnita che parte dalla Lega Araba e che può finire in una nuova dimensione politica parallela a base militare nella forma di una alleanza militare codificata in trattati tra nazioni Sunnite.

Il secondo è il dimostrare che dopo quanto accaduto in Qatar per la seconda volta i Sauditi riescono a tenere testa agli Iraniani con un intervento diretto.

E questo ridimensiona non poco la mitologia su super Iran, con o senza bomba atomica.

In questo contesto geopolitico si delineano le lotte interne alla successione Saudita.

Prendiamo il 2015 come anno chiave di riferimento.

Muore il re Abdullah e nell’ aprile dello stesso anno Re Salmon tagli fuori dalla linea di successione il Principe della Corona Muquid sostituendolo con suo nipote il Principe al-Nyef e  con suo figlio bin-Salmon.

Questa fu una violazione delle norme di successione ed inoltre il Principe Mohamed divenne anche  ministro della difesa, capo dell Aramco che controlla gli idrocarburi Sauditi e responsabile della pianificazione economica.

In una frase: una concentrazione di potere che in molti vedono molto male.

Non stupisce quindi che un anonimo scriva due volte  The Gardian una lettera pubblicata in cui invita gli altri figli di Abdullah ad unirsi per un golpe che cambi lo status.

Il punto è che  re Salmon è nella ottantina avanzata e tutto diviene fragile.

Così fragile da mettere in discussione il delicato equilibrio tribale che con gli al-Saud al comando regge il paese dal 1932.

Ricordiamo che il punto focale di tutto è che il regime  è un sistema di patronage che nel mezzo di una guerra importantissima dove per la prima volta combatte direttamente come pure degli idrocarburi che sempre meno coprano i costi delle clientele.

Un sistema di patronage appunto che difficilmente potrà cambiare la struttura della ricchezza per aumentare la produttività del regime.

Se questo non dovesse avvenire si avrebbe il collasso del paese con le seguenti conseguenze.

La prima è il crollo della entità statale Saudita con un ridisegnarsi delle mappe che prevede anche la creazione di un compatto quanto ricco di petrolio stato Sciita nel centro-sud del paese.

Questo rafforzerebbe Teheran e trasformerebbe il nucleare Sunnita Pachistano in un elemento di contrappeso a cui guarderebbero i forzieri dei piccoli emirati della regione.

A questo punto sarà interessante vedere quanto sopravviveranno Dubai e Doha nel senso di essere in grado di essere indipendenti.

Il tutto anche nel contesto di un ulteriore disimpegno Americano nella regione e certamente i Russi non sono in grado di garantire la loro sicurezza dato che sono troppo lontani.

In questo contesto i Cinesi presenti in quanto operanti nella costruzione delle infrastrutture al pari dei Francesi avrebbero un peso maggiore ma anche qui non basta avere qualche nave ed una piccola guarnigione dato che Beijing non sarà in grado di gestire una guerra a distanza.

I Francesi potrebbero fare di più e questo indubbiamente alzerebbe il loro peso politico nel contesto della EU di quel momento. Qualunque sia quel contesto, ovviamente.

Ma tutto questo sebbene importante si innesta con il fatto che le mappe in Siria ed in Iraq sono in via di modificazione e questo porterà a nuovi stati.

A questo punto il miglior alleato in questo processo per gli emiri Sunniti del Golfo diviene Israele.