Umberto Eco,Dario Fo ed altri DIMOSTRANO CHE LA CULTURA E’ BUSINESS (2/2)

(NOTA: per un corretto ascolto si consiglia di utilizzare Google Chrome)

Ieri avevamo visto come sia la perversione di una elite intellettuale auto-referenziante e parassita quella di prendere in giro gli Italiani dicendo che unire cultura  a profitto sia mercimonio indegno.

Da Umberto Eco a Dario Fo abbiamo dimostrato quanto questo sia ridicolo ed oggi continuiamo trovando nella storia le radici di quanto sia inconsistente questo approccio.

E per farlo viaggiamo nel tempo e nello spazio andando in Francia nel diciannovesimo secolo e precisamente nel 1855 definito come il momento della svolta in cui nacque quella che chiamiamo arte moderna.

Durante la Esposizione Universale Gustave Coubert installò davanti alla Esposizione il Pavillon du Realisme pieno di opere rifiutate nel contesto della mostra ufficiale del Salon.

In questo modo fu lanciato il guanto di sfida alla Accademia ed alla sua auto-referenzialità che bloccava ogni espressione di talento non conformista.

Ovviamente nel farlo Coubert e gli artisti erano ben consci che se poi non avessero venduto non sarebbero arrivati a nulla e il lor gesto sarebbe stato puerile e ridicolizzato.

Per questo il tutto fu contornato e seguito da un insieme di azioni che coinvolsero consapevolmente ed in modo molto interessato delle gallerie con i loro mercanti di arte come pure dei critici e delle riviste.

In una frase: crearono un mercato per i loro prodotti,la loro arte.

Un mercato generando una filiera che partiva dall’ atelier e finiva nelle case dei collezionisti passando attraverso le gallerie e le pagine delle riviste di critica che erano pagate dai mercanti per promuovere i prodotti.

Questi prodotti sono arte ed anche cultura.

Sono quello di cui loro vivono e noi ci beiamo e si chiama industria della cultura.

Se Coubert aprì le danze fu poi Durand Ruel a divenire quello che si può definire come il prototipo del businessman della cultura. Ovvero del mercante d’ arte per essere un pelino più politically correct quanto ipocriti.

Inizia a Londra tra il 1870 ed il 1872 con impressionisti del calibro di Pissarro e Monet e poi Degas, Sisley , Manet. Poi a New York nel 1886 e per inciso ad ulteriore dimostrazione che il mondo era globalizzato ben prima di Internet.

Da qui una strategia di mercato internazionale aprendo una serie di punti vendita dei prodotti, ovvero di gallerie di arte in Londra, Bruxelles,Rotterdam,Boston. Il tutto seguito dalla creazione degli idonei strumenti di marketing fondando riviste con critici pagati quanti rinomati per promuovere le opere che vendeva.

La innovazione di questo approccio si può sintetizzare nei seguenti punti chiave:

Punto 1: valorizzare una nuova pittura non ancora richiesta dal mercato

Punto 2: avere il monopolio di fatto di questa produzione al fine di controllare le quotazioni delle opere

Punto 3: dal 1883  attivare mostre personali e questo era de facto una quasi novità assoluta

Punto 4: costruire un mercato internazionale aprendo delle gallerie che  agissero da punti vendita della cultura che lui creava

Punto 5: cultura che creava editando riviste di arte di qualità che promuovessero le sue opere

In questo modo non nasceva il mercato ma si evolveva creando gli strumenti operativi per dare denaro a chiunque volesse “andare oltre gli schemi”

Da allora il trucco ,come dimostra ad esempio Wharol, è semplice.

Un gallerista internazionale che sia in grado di pagare spazi sulle riviste giuste ed andare nella fiere giuste e con un pizzico di compratori ed abbiamo l’ ennesimo nuovo Raffaello con cui tutti fanno una barca di soldi. Artista compreso.

Nulla di male in questo dato che è un lavoro essere intellettuale ed artista e non una missione da geni come ce la vendono.

Nella sola Europa abbiamo almeno 5 milioni di intellettuali ed artisti che vivono del loro lavoro che viene chiamato cultura ed arte.

Ovvero circa in media 1 ogni 100 persone. Un lavoro

E se è un lavoro allora non si capisce come  solo in Italia non possa generare ricchezza per il territorio e non stipendi per la accademia.

In un paese che in un altro articolo si è dimostrato essere in grado di creare il primo Fondo Sovrano basato sulla cultura e sul demanio con un valore di almeno un triliardo di euro perderci nel vuoto ed inconcludente egoismo di una classe  culturale ed intellettuale incapace quanto auto-referenziale è deleterio.

Incapace in quanto abbiamo le università piene di studenti che non sanno scrivere.

Incapace in quanto forma  insegnanti che per il 50 percento non passano gli esami per andare in ruolo.

Incapace di creare ricchezza per il territorio ma capacissima di creare stipendi per se stessa.

Ed il resto per loro è mercimonio quando in tutta Europa per ogni euro investito in cultura ed arte in media se ne ricavano 7 in ricchezza per il territorio.

Dal diciannovesimo secolo abbiamo gli strumenti per rendere la cultura ricchezza.

Genialtà come Eco , Sergio Leone e Fo , solo per citare alcuni esempi, ci hanno nuovamente spiegato ed insegnato come ed ora perchè non lo facciamo?