con almeno 800 brand il fashion è democrazia selettiva e noi SIAMO I PROTAGONISTI

(NOTA: per un corretto ascolto si consiglia di utilizzare Google Chrome)

Vi è un profondo significato sociale nel proverbio che dice che non sia bello ciò che è bello ma ciò che piace.
Un significato sociale che troviamo ogni volta che lo associamo al fashion. Ma prima dobbiamo aprire una parentesi.
Quando è nato il fashion?

Possiamo pensare che il primo oggetto di fashion di cui si abbia notizia provenga dalla città Egiziana di Luxor e sia del duemila novecento ottantacinque avanti Cristo. Si tratta del sandalo del re Den e questo ci porta indietro nel tempo di più di cinquemila anni per trovare le origini del fashion.
E sicuramente la data è imprecisa dato che prima o poi un ritrovamento archeologico sposterà indietro nel tempo la nascita del fashion.
E questo ci porta a riflettere. Ma cosa sarà mai questo fashion se lo troviamo da sempre in ogni civiltà ed in ogni luogo.
Ovvero in grado di attraversare il tempo e lo spazio e da sempre globale dato che i suoi componenti hanno sempre viaggiato e si sono sempre integrati in altre culture.
Siano stati tessuti o profumi od accessori la distanza tra il luogo di produzione e quello di utilizzo non è mai stata un limite dimostrando che le contaminazioni culturali ed economiche esistono da sempre.
Ogni epoca ha avuto la sua globalizzazione.
Il fashion non è il semplice atto di vestirsi per coprirsi dal freddo o dal sole. E’ uno strumento di comunicazione sociale.
Al pari del cibo un elemento culturale che usiamo con consapevolezza e non con istinto.
In qualunque contesto pubblico e privato.
Per meglio capire questa valenza simbolica ed introdurci al senso del fashion come strumento di democrazia selettiva abbiamo bisogno di una premessa.
E per questo ci muoviamo nel tempo e nello spazio.
Andiamo nel tredicesimo  secolo  a Firenze città della finanza del Medioevo e del Rinascimento , a Cusco la capitale imperiale Maya ma anche a Elgeyo la capitale imperiale Masai od a Macao centro commerciale importantissimo dalla antica Cina.

Il luogo non importa dato che troveremo sempre la stessa cosa. Cosa troveremo?
Che le persone,uomini e donne, sono vestite in modo diverso ed osservandole capiremo che quegli abiti con le loro fogge ed i loro colori hanno un senso sociale.
Ci dicono chi sono le persone che li indossano,cosa fanno e con che status sociale.
Ovvero comunicano inviando simboli nelle fogge e colori come un alfabeto sociale. Ai nostri giorni possiamo coglierlo in pochi luoghi. Se vediamo dei militari le stellette sulle spalline e le fogge ci dicono che grado abbiano ed in che corpo militare siano. In un ospedale riconosciamo come anestesista chi si veste di verde.
Partiamo da questa premessa e realizziamo che poi non è così. Non lo è nel senso che ancora oggi ed in maniera cosciente ci vestiamo per dire cosa siamo. E con chi vogliamo stare o non stare.
Al meglio del nostro gusto ed al massimo delle nostre disponibilità economiche scegliamo come vestirci nei vari ambienti in cui ci muoviamo consapevoli di mandare un messaggio simbolico.
Di usare un alfabeto sociale fatto di fogge e colori per chi riteniamo simile a noi.
E cosi facendo escludiamo gli altri non dal contatto sociale ma dal sentirsi con noi parte di una tribù.
Un punk interagisce socialmente come lo fa un hypster ed interagiscono anche fra di loro se necessario ma entrambi si caratterizzano per un’ appartenenza sociale e culturale che esprimono vestendosi.
Ed allo stesso modo lo facciamo tutti noi prendendo dall’ universo simbolico delle brand che indossiamo.
Indossiamo quindi degli abiti per abitare tempi e luoghi. E nel farlo vogliamo farci riconoscere come parte di un mondo emozionale e culturale che convive con altri.
Ed è questo la dimensione della democrazia selettiva del fashion.
Democratico nel senso che ognuno può accedervi al meglio del suo gusto e reddito.
Selettiva perchè nel farlo includiamo ed escludiamo pacificamente gli altri.
E nel farlo conviviamo contaminando e contaminandoci profondamente radicati nel nostro locale.
E’ totalmente falsa l’ idea che il fashion sia Globloc ovvero che dall’ alto arrivi a noi nel locale.
Accade sempre esattamente il contrario.
Il contrario significa che noi abitiamo il nostro locale, il nostro mondo indossando gli abiti che metabolizziamo come essere coerenti col nostro tempo e spazio.
Un tempo ed uno spazio che sono il locale e che poi diffondiamo dato che tutto è Locglob.
E qui analizzeremo le tendenze delle 296 città che fanno il trend del fashion sempre in una ottica che rispetta la nuance del locale nel suo essere sostenibile.